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8xmille, tu lo sai dove finiscono i soldi?

Si avvicina il momento della dichiarazione dei redditi e, come da tradizione, compaiono sulle reti televisive, su internet e sulle pagine dei giornali le pubblicità.

Ma come viene distribuito tra i culti il prelievo dall’Irpef, per cosa viene usato?

Solo nel 2014 l’8 per mille è stato superiore al miliardo e duecento milioni di euro, di cui oltre un miliardo e 50 milioni sono finiti alla Chiesa Cattolica. Per lo Stato e gli altri culti sono rimaste solo le briciole.

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Ma come vengono utilizzati davvero questi soldi, come vengono ripartiti e quanto finisce veramente nelle campagne caritative e quanto nella gestione, nell’edilizia e nelle pubblicità? In un interessante articolo pubblicato dall’espresso qualche giorno fa è possibile vedere, in un grafico, come ogni culto distribuisce i suoi fondi in percentuale. La Chiesa Avventista li distribuisce così:

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Le cifre e la gestione dei fondi sono molto diversi da culto a culto. La Chiesa Avventista del Settimo Giorno impiega la quasi totalità del suo 8 per mille in interventi caritativi.

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E lo Stato? Lo Stato italiano dovrebbe usare questi soldi “a scopi di interesse sociale o di carattere umanitario per interventi straordinari per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati e conservazione di beni culturali”. In realtà nel corso degli anni lo Stato “mostra disinteresse per la quota di propria competenza, cosa che ha determinato, nel corso del tempo, la drastica riduzione dei contribuenti a suo favore, dando I’impressione che I’Istituto sia finalizzato -più che a perseguire lo scopo dichiarato- a fare da apparente contrappeso al sistema di finanziamento diretto delle confessioni”, denuncia la Corte dei Conti.

Il meccanismo di ripartizione ha delle caratteristiche uniche: le firme espresse (meno della metà del totale) decidono infatti il destino dell’intero fondo, fornendo un effetto “moltiplicatore” quasi triplo.

Inutili sono stati negli anni i richiami della Corte dei Conti per rivedere il sistema, magari adottando il “modello spagnolo” che, come succede per il 5 per mille italiano, lascia allo Stato la quota di 8 per mille su cui non si è espresso il contribuente.

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