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Fondazione ADVENTUM: Riaccendere La Speranza

Fondazione ADVENTUM: riaccendere la speranza

In un epoca di forte crisi economica come la nostra, sempre più famiglie sono ridotte al lastrico, famiglie che non riescono a fare le cose più semplici come pagare una visita medica, fare la spesa o sostenere il peso delle bollette.
L’ho vissuto sulla mia pelle e so come ci si sente, ci si sente impotenti. È come cadere da una nave di notte e sentirsi inghiottiti dal buio dell’oceano. I vestiti si impregnano e diventano pesanti, sempre di più. Annaspi e cerchi di restare a galla, di non andare giù. È buio. Ti entra dentro e non vedi più nulla ma senti, riesci a sentire chiaramente la paura. Quella non ti lascia solo. Ce l’hai nei polmoni, nella testa, nello stomaco. Perdi lucidità, valore, non credi più nelle tue capacità.

I volontari di Adventum vivono ogni giorno queste difficili e sempre più comuni realtà. Oggi chiediamo a Franco ed Annalisa cosa si prova a tenere per mano chi ha perso la speranza e come si fa a riaccendere in loro una luce.

Eva: Ciao Annalisa. Oggi non siamo qui a chiederti numeri, a sapere da quanti anni lavori con Adventum o quante persone hai aiutato. Oggi siamo qui per sentire quello che senti tu quando sei di fronte alla disperazione delle persone. Avere a che fare con un “naufrago” che con tutte le sue forze si attacca a te fa correre il rischio, nel migliore dei casi, di bagnarsi i vestiti e di bere un pò.
È mai successo che la storia di un naufrago abbia coinvolto la tua sfera emotiva a tal punto da farti sentire lo stesso buio, la stessa impotenza, la stessa paura?

Annalisa: Sicuramente una persona che vive un forte disagio personale e familiare a causa dei troppi debiti non può che trasmettere emozioni negative nel chiedere aiuto in termini drammatici e con la comprensibile insistenza, ma l’operatore sociale in quel momento ha l’obiettivo di agire a favore di chi si sta raccontando. Soltanto rimanendo sufficientemente razionali si ha la possibilità di inserirsi nelle vicende quasi sempre intricate e costruire insieme alla persona stessa un percorso di uscita dal labirinto. Si soffre dentro. Soffrire con l’utente, in questa fase così fragile, non è aiutarlo, ma intralciarlo, fortificando le sue sensazioni di prostrazione. Questo concetto l’ho avuto sempre piuttosto chiaro e mi è stato di grande supporto con i casi più drammatici.

EvaImmagino che sia davvero difficile restare razionali. È un duro lavoro da fare su se stessi e questo è possibile, come mi hai precedentemente confidato, solo avendo alle spalle un iter preciso e dei criteri fissati in modo oculato e consolidato. Caro Franco, stamattina vogliamo entrare nel tuo cuore. Raccontaci un’esperienza dove hai rischiato di perdere di vista l’analisi lucida delle possibilità da offrire e, proprio per colpa del cuore, sei andato oltre.

Franco: È davvero difficile tener fuori il cuore quando senti che di fronte hai, come hai detto pocanzi, un “naufrago”. Cerchi tutte le soluzioni possibili! A volte ti aggrappi a delle scappatoie sperando di trovare qualcosa da offrire pur di non lasciare quelle mani ma purtroppo abbiamo vincoli di legge con il Ministero dell’Economia e delle Finanze e non sempre è possibile fornire aiuto. Pensa che ultimamente ho chiesto addirittura al cda se era possibile fare un intervento ad personam in nome di altri enti che, come Adventum, si sostengono con l’otto per mille della Chiesa Cristiana Avventista, come Osa, come Adra o in qualunque altro modo pur di non dire di no, ma i più lucidi hanno ricordato che c’è una legge alla quale dobbiamo attenerci e mi hanno dato il ko.

EvaGrazie mille Franco per il tempo che ci hai dedicato. In bocca al lupo per il tuo impegno! Annalisa, un’ultima domanda e lasciamo anche te al tuo lavoro. Spesso si dice che in medicina un dottore si abitui a vivere le malattie e che faccia, ad un certo punto della sua carriera, assuefazione al dolore dei suoi pazienti. Può succedere anche ad un volontario di diventare impermeabile al dolore e a non farsi più coinvolgere emotivamente dalle storie dei “naufraghi” ?

Annalisa: Non so se succeda ad altri operatori, a me ancora no. Abbiamo di fronte un volto, un tono di voce con le sue espressioni. Tutta la persona trasmette più o meno chiaramente disagio, ansia, ira, confusione, anche disperazione in certi casi. Non credo ci si abitui a questo perché è un linguaggio che le parole non possono correggere o mistificare. Forse si può diventare insofferenti verso un certo vittimismo, al fatalismo fine a se stesso, ma il nostro obiettivo è di interferire nello schema di valori, o non valori, che ha contribuito a portare la persona a non riuscire più a gestirsi con saggezza; interferire… quindi voler permeare nella sua vicenda. Un po’ l’opposto di diventare impermeabili!

EvaGrazie mille per il tempo prezioso dedicatoci e per averci aperto il tuo cuore. Buon lavoro!

 Eva Teresi

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