Il luogo più familiare all’essere umano fin dall’antichità, il luogo dove ancora oggi è possibile esercitare quotidianamente la condivisione del cibo, è la sala da pranzo, preludio indispensabile affinché la tavola si trasformi da arredo in strumento di comunione.

Cucinare e condividere il cibo a tavola, infatti, sono azioni umane, solo umane, non conosciute dagli altri esseri viventi sulla terra. Sono, di fatto, umanesimo, perché chiamano e richiamano uomini e donne, che cantano il sapore del mondo. E tutto questo in un ritmo umano: non sempre si cucina allo stesso modo! C’è la cucina feriale, in cui ci si nutre con gioia ma nella sobrietà; c’è il pasto, il banchetto che interrompe la ferialità dei giorni per dire l’insperabile, per celebrare ciò che accade poche volte e per grazia; c’è il pasto del bambino che abbisogna di cibi a lui adeguati; c’è il pasto per l’anziano, che richiede una misura e una leggerezza…

Chi cucina ha anche l’arte di differenziare i pasti, perché c’è un pasto per ogni momento. Ma il preparare da mangiare si intreccia con la dimensione spirituale e sociale della condivisione.

Nella Bibbia, il grande codice della nostra cultura, all’inizio della storia dell’uomo il primo gesto di Dio è dare nutrimento a tutti. La prima dimensione del condividere, della comunità, è il pane mangiato insieme che ci rende compagni (da cum-panis), e stare insieme alla tavola del mondo è la nostra prima vocazione.

È in questo contesto che ho sperimentato il piacere della condivisione con gli altri; infatti, il 14 Febbraio, giorno di San Valentino mi trovavo a Villa Aurora, lontano da casa e dalla mia famiglia, in quel giorno che celebra l’amore sentivo più di altri la distanza da essi. Era sera, ora di cena, quindi mi sono recato a mensa.

Appena varcato l’ingresso, già dalle enormi vetrate che separano l’ingresso dalla mensa, vedevo che c’era un’atmosfera di festa. La sala era addobbata con palloncini colorati a forma di cuore, una musica di sottofondo che creava atmosfera, sui tavoli dei vasi con delle rose, piatti colorati e i ragazzi che prestano il loro servizio alla distribuzione tutti ben vestiti ed eleganti; ci invitano a prendere posto e ci informano che la cena in quell’occasione sarebbe stata servita ai tavoli.

Tutto molto scenografico e accogliente, quei ragazzi avevano appagato in buona parte gli affetti lasciati lontano in quel giorno così speciale per molti.

Credo che il loro intento sia stato proprio colmare la mancanza di qualche persona lontana che ognuno di quei ragazzi di certo ha, perché nessuno è del posto e i più sono anche di altre nazionalità. Nel condividere quella cena insieme agli altri, si è diventati famiglia.

La mensa di Villa Aurora è un luogo multiculturale per le persone e gli studenti che lo frequentano; è aperta anche ai familiari dei pazienti degli ospedali che sono lì in zona e il momento del consumare i pasti diventa arricchimento di conoscenze, di scambio culturale e di esperienze di quei momenti particolari, raccontati magari da qualche familiare che ha qualcuno in ospedale.

Grazie al contributo dell’8×1000, la Chiesa Avventista finanzia la casa per ferie Casa Aurora e tutti i servizi a essa correlati, uno tra questi, la mensa scolastica.

Santo Ciuro