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CONTRIBUTO A STRANIERI

CONTRIBUTO A STRANIERI

L’Albania era, allora, in pieno subbuglio (1997). Per la popolazione di uno degli stati più poveri d’Europa a cui è sempre stato proibito emigrare, il miraggio di una terra prospera a poche decine di chilometri di mare pareva la nuova terra promessa.

I canali televisivi italiani hanno contribuito a diffondere un’immagine «molto appetibile» del tenore di vita della Penisola. Serate passate in famiglia a guardare i giochi a premi. Con poche risposte banali era possibile vincere milioni di lire, l’equivalente di un’intera vita di sacrifici in Albania. Lo stesso principio che continua a mietere vittime inconsapevoli nei locali di scommesse e videopoker. Chi ha potuto, dunque, ha venduto ciò che aveva e si è imbarcato: su una nave, un gommone, un peschereccio, una bagnarola, da solo o con la famiglia, per ricominciare una nuova vita di libertà e benessere. All’arrivo la sorpresa. Amara. Campi improvvisati, tende di fortuna montate sotto il sole della Puglia.

Una piccola goccia di questa marea umana è riuscita a trovare un luogo sereno e sicuro a Firenze, presso il campus dell’Istituto Avventista. I bambini sono stati inseriti nelle scuole più vicine e i genitori sono stati aiutati a trovare un lavoro. Grazie ai fondi dell’8xmille affidati alla Chiesa Cristiana Avventista e all’impegno di numerosi volontari, si è cercato di provvedere e fornire tutto il necessario per ricreare condizioni di vita serene: un alloggio, vestiario, materiale scolastico, assistenza sanitaria. Nella fase iniziale si é presentato uno dei problemi più gravi: all’arrivo in Italia alcune famiglie sono state divise e i padri rimpatriati in Albania. L’unico mezzo di comunicazione allora disponibile era il telefono, che però pochi al di là dell’Adriatico potevano permettersi. Ricordo in particolare la storia di Flora e delle sue bambine.

La più grande, Marinela, aveva circa dieci anni. Avevano venduto la loro mucca per pagarsi il viaggio in Italia: l’obiettivo era quello di proseguire per l’Inghilterra, dove vivevano alcuni parenti. Appena sbarcati al porto di Brindisi il capofamiglia, Nik, era stato rimpatriato e le donne erano rimaste sole e bloccate in Italia. Un giorno mi avvisano che Nik era riuscito a tornare, affrontando un viaggio in gommone, di notte. Approdato sulle coste pugliesi, era risalito in treno fino a Firenze, nel terrore di essere colto dalle numerose e attente pattuglie della Polizia. L’ho atteso alla stazione cercando di immaginarmi quale potesse essere il volto di un «clandestino» che aveva appena rischiato la vita su un mezzo di fortuna. All’appuntamento trovo «solo» un uomo che, come ogni padre di famiglia, ha fatto ciò che ha potuto per ricongiungersi con i suoi cari. Non dimenticherò mai quell’abbraccio, le lacrime delle bambine in ansia per la sorte del padre, gli occhi della moglie che ritrovava l’uomo che l’avrebbe protetta in una terra straniera e lo sguardo fiero di Nik, che si sforzava di controllare le sue emozioni di fronte a tutti gli altri. Quasi tutte le famiglie accolte a suo tempo sono rimaste in Italia e si sono integrate, pochissimi sono rimpatriati. A distanza di 15 anni ho ancora contatti con alcuni di loro: certi bambini che accompagnavo ogni giorno a scuola si sono laureati o hanno avviato una loro attività, alcuni sono genitori. I loro visi riconoscenti, le strette di mano calorose, hanno reso la mia vita un po’ più umana. Grazie!

 

Andrea Fantoni, volontario ADRA Italia (Agenzia Avventista per lo Sviluppo e il Soccorso)

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