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ESPERIENZA DI VOLONTARIATO IN NAMIBIA

ESPERIENZA DI VOLONTARIATO IN NAMIBIA

“Pensi di partire per portare un aiuto concreto, fatto di piccoli gesti, ma ti rendi subito conto che è nulla di fronte all’immensità del bisogno”.

Una frase ricca di significato che racchiude l’esperienza di Elisa Gravante, collaboratrice ADRA Italia (Agenzia Avventista per lo Sviluppo e il Soccorso), che ha preso parte ad un campo umanitario organizzato da ADRA Italia in Namibia, nel distretto di Caprivi .

“L’Africa, un pezzo di terra immenso, esteso, pieno di colori, natura, gente e storie di vita da raccontare, semplici e a volte tristi ma sempre dense di significato. Ho sempre sentito parlare del Continente nero, della sua magia, dei suoi ritmi, della sua bellezza che incanta perché ospita scenari di natura ancora incontaminata”.

Elisa ha visto la scuola «Mulimu wa babalela», ha conosciuto i suoi bambini e collaborato alle sue attività ma ancora di più ha visto cosa vuol dire non avere nulla, niente tv, internet o cellulari nè una famiglia, gli affetti e le attenzioni che tutti i bambini dovrebbero avere .

La scuola in questi paesi non è solo il luogo dell’istruzione, del conseguimento di un diploma: non vi è obbligo. La scuola è dare una famiglia a chi non ce l’ha, è assistere e prendersi cura dei bambini che lì trovano braccia che li accolgono, un pasto sicuro e l’affetto di tutti i volontari del centro, che impiegano le loro energie a tempo pieno per rendere un servizio di rilievo a questi bambini dai 5 ai 10 anni.

In Namibia, Elisa ha conosciuto Nana, una bambina che aveva solo bisogno di affetto.  nana-namibia

“Nana, 11 anni, la sua mamma non c’è più, non si sa chi è il suo papà, vive in un villaggio con sua sorella. Litigano, ma è l’unico legame familiare che le è rimasto. Come ogni sabato e domenica, stamattina apro gli occhi e la ritrovo nella mia stanza seduta su un lettino, silenziosa e timida, mentre mangia i suoi biscotti rinsecchiti inzuppati nel latte. La mia compagna di stanza si prende cura della bambina, quando non è in classe nella scuola «Mulimu wa Babalel», attrezzata per permettere a cinquantasei scolari di studiare e vivere lì“.

La storia di Nana ha colpito particolarmente Elisa e, insieme a lei, la visione di quelle donne.donna-namibia

Donne, che non provano dolore, che non sentono fatica e che ogni giorno trasportano secchi d’acqua sulla testa e contemporaneamente neonati in fasce sulla schiena. Quelle stesse donne, incaricate di accendere il fuoco e preparare un pasto di fortuna per tutta la famiglia. Donne essenziali per l’intera comunità.

“Mi si è fermato l’orologio, si è stoppato il traffico di una vita vissuta nel cuore della metropoli, distrazioni inutili per chi desidera imparare di nuovo a vivere. Con i locali la comunicazione è fatta di gesti e sguardi. Dal dentista ne ho incontrati una trentina proprio questa mattina. Hanno percorso decine di chilometri a piedi e nonostante il dolore lancinante aspettano pazienti il loro turno, senza un lamento. Una signora, subito dopo l’estrazione di un molare, si è caricata sulle spalle un fagotto pieno di mattoni, come fossero di polistirolo.”

Tutto ciò è così lontano dalla nostra realtà. Elisa in Namibia ha fermato il suo tempo, ha dedicato il suo tempo agli altri, si è affezionata, ha pianto e ha vissuto momenti indelebili che mai potrà cancellare.

“Al termine di queste tre settimane, mentre preparo la valigia, mi si para davanti Nana con il suo zainetto sulle spalle. Ho tentato di resistere ma le lacrime sono più forti. Impossibile non affezionarsi. Impossibile dimenticare. Impossibile non continuare a impegnarsi”.

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