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FIORI DI PACE

FIORI DI PACE

“Fiori di pace” è un progetto che è riuscito ad unire ragazzi israeliani e palestinesi lontano dalla realtà di guerra e rivalità nella quale convivono, per fare insieme a loro un percorso di pace. É un’iniziativa condotta in collaborazione con il mensile Confronti e realizzata grazie ai fondi dell’8xmille affidati dai contribuenti italiani agli avventisti.

In Israele e in Palestina sono stati selezionati 20 ragazzi (ebrei e palestinesi) per aiutarli a innescare un processo di integrazione. I ragazzi palestinesi che partecipano all’iniziativa provengono da Jenin nei Territori palestinesi e sono coordinati dall’associazione di consulenza psicologica Nafs di Nazareth, mentre i ragazzi israeliani (ebrei e arabi) vengono da una scuola bilingue della Galilea che fa capo all’organizzazione Hand in hand. In particolare, una tappa importante del progetto è stata l’organizzazione del campo scout avventista che si è svolto presso il centro Casuccia Visani sulle colline casentinesi di Poppi (AR), grazie all’impegno dell’Associazione Italiana Scout Avventisti (AISA).

Questa straordinaria idea è venuta a Dora Bognandi, responsabile del dipartimento Affari Pubblici e della Libertà Religiosa della Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno:

«Nel dicembre 2003 ho partecipato a un viaggio di pace, organizzato dalla rivista Confronti, in Israele e nei Territori palestinesi. Posti di blocco ovunque. Abbiamo visitato insediamenti ebraici corredati da piscine, negozi, cinema e teatri, sorvegliati notte e giorno da soldati in assetto da guerra. Tutta un’altra storia nei territori. I soldati c’erano comunque, l’angoscia anche, la povertà e il disagio sociale erano però molto più evidenti. A Jenin ho conosciuto un signore pakistano che lavorava con l’UNICEF per aiutare le due popolazioni, soprattutto i giovani, a dialogare. Mi sono presa con lui un impegno morale. Ecco la genesi riassunta di “Fiori di Pace”.

Daniele Benini, responsabile del Circuito RVS, descrive così il progetto:

«“Fiori di pace” è un progetto ambizioso che è riuscito a coniugare l’obbiettivo di unire ragazzi israeliani e palestinesi, lontano dalla realtà di guerrafiori-di-pace-scout-aisa e rivalità nella quale convivono, per fare insieme a loro un percorso di pace. In Israele e in Palestina sono stati selezionati 20 ragazzi (ebrei e palestinesi) per aiutarli a innescare un processo di integrazione. L’associazione scout avventista (AISA) ha svolto in questo senso un ruolo molto importante». 

Di seguito i ricordi sparsi dei volontari che hanno permesso la realizzazione di “Fiori di Pace” e che ci aiuteranno a ripercorrere tutte le fasi del progetto: Gabriele Ciantia, Salvatore Cavalieri, Ignazio Barbuscia, Loide Migliore…

«Posso vantare un’esperienza decennale nell’animazione scout. Il progetto “Fiori di Pace” mi è parso subito immenso per le possibilità e le difficoltà da affrontare. Non nascondo che io per primo, pur considerandomi una persona aperta e scevra da condizionamenti, ho dovuto lottare per cancellare dalla mia mente l’orribile equivalenza palestinese=esplosivo».


«Li aspettiamo da mesi. Arrivano in pullman da Roma Fiumicino, su 2 mezzi diversi. Scendono uno a uno. Sono 20 ragazzini, maschi e femmine, e i loro accompagnatori. I tratti somatici sono molto simili, l’abbigliamento no. È davvero facile riconoscere chi proviene dal villaggio palestinese di Jenin. Si raggruppano naturalmente in cerchio, quasi per proteggersi dalle possibili minacce. Da una parte un gruppo che pare essere stato paracadutato direttamente dagli Stati Uniti: trolley di marca, cuffiette nelle orecchie, cellulare all’ultimo grido, cappello sbilenco alla rapper, jeans alla moda lacerati ad hoc. Dall’altra parte, gli altri, visibilmente più stanchi. Il loro viaggio è stato scandito da controlli, pause, perquisizioni ai posti di blocco. Due giorni di viaggio, rispetto alle poche ore dei loro coetanei israeliani, sono un’eternità difficile da digerire. Sono vestiti molto alla buona in perfetto stile “profugo”, bagagli a mano, buste di plastica».

fiori-di-pace-bandiere«Il nostro è un campeggio scout, frequentato da 90 ragazzi. Figli di italiani e di stranieri che vivono in Italia. 8 nazionalità diverse da sommarsi a quelle dei nostri nuovi amici del Medio Oriente. Ogni mattina e ogni sera, come da tradizione scoutistica, più di 150 persone assistono alla cerimonia dell’alza e ammaina bandiera. Per 15 giorni le tre bandiere: israeliana, palestinese e dell’Aisa, han13no sventolato insieme. Un fatto forse solo folkloristico per i più ma di immenso significato per un giovane palestinese che vede così affermato, davanti a tutti, il suo diritto esistenziale. Due ragazzi palestinesi, dopo l’alza bandiera, mostrano il passaporto (o carta di viaggio). Alla voce “nazionalità” è scritto “indefinita”. Ma la bandiera ora sventola accanto a quella con la stella di Davide, blu su sfondo bianco. Tutti gli altri in uniforme scout, italiani e non, sono testimoni di un momento solenne». 

«Passano i giorni, nessuna integrazione pare possibile, nemmeno per le attività sportive. Davanti a un supermercato, l’idea! Mi colpisce da subito lo slogan: “Con Nutella la vita è più bella”. Qualche baguette appena sfornata, un vaso da 750 grammi di crema di nocciole e un sorriso sornione stampato in faccia. Appoggio il pane fresco su un tavolo e la cioccolata in quello al di là del confine. Il trucco è annusato da subito. Alla chetichella, i due gruppi se ne ritornano nei rispettivi bungalow. Un grido lacera la mia delusione: «Presto, corri, vieni a vedere!». Arrivo, trafelato, pensando all’irreparabile. Li ritrovo tutti e 20 seduti a terra con la bocca sporca di cioccolata e le magliette ricolme di briciole».

«Il caldo è soffocante, la voglia di correre dietro a una palla è irresistibile. Uahed ha 16 anni, il più vecchio del gruppo palestinese. Cerco di comunicare con lui nel mio inglese scarsissimo. Concentrati nel dialogo non ci accorgiamo che… ci becchiamo un gavettone rinfrescante! Uahed si toglie la maglietta e la stende al sole. Il suo corpo sembra scarabocchiato, cicatrici che paiono disegni».

«Durante il fuoco da campo prende parola Majd, tra i singhiozzi. È stata presa in ostaggio e usata come scudo umano. Minacciata di morte dai soldati israeliani. Bombe, spari, parenti scomparsi, fratelli uccisi, foto di amici incorniciati su un’epigrafe, la trama dei racconti. Uno dei ragazzi abita nel quartiere musulmano della ‘città vecchia’ a Gerusalemme. Gli è successo più volte di non poter tornare a casa alla fine delle lezioni. Sarebbe stato troppo pericoloso, i cecchini hanno una mira pazzesca».

«Sedersi accanto l’uno all’altro/a illuminati dalla luce del fuoco da campo. Mangiare insieme. Viaggiare fianco a fianco per raggiungere la meta della gita o dell’escursione. Non hanno fatto altro che contribuire all’umanizzazione del ‘nemico’. A far crollare un muro gigantesco».

«Siamo quasi alla fine del campo, i 15 giorni stanno per scadere. “Scusate ragazze, nel mio bungalow russano, posso dormire qui con voi?”. Una ragazzina palestinese chiede di poter dormire nella stessa stanza delle sue “nemiche”! Il permesso è accordato con grande piacere. L’asilo è concesso senza inoltrare carte bollate od oltrepassare i check point circondati da filo spinato».

«Si cena tutti assieme. Questa sera spazio alla fantasia interetnica. I ragazzi si cimentano in cucina per preparare le loro specialità tradizionali. Nessun assaggiatore ufficiale, ci si fida. Si gustano i manicaretti altrui, si canta, si fa festa, si ride».

«Il pullman è pronto a ripartire, stessa direzione ma in senso opposto: Roma Fiumicino. Le differenze sono ancora marcate ma le valigie e le borse di plastica ora contengono anche tante dediche e cuori sui quaderni. Le spalle delle t-shirt sono umide delle lacrime dei “nemici” e molti pregiudizi e superstizioni fantasiose, non alimentate per 15 giorni, sono per il momento evaporate».

Non più nemici, ma nuovi amici, un piccolo passo, un inizio, per un cambiamento necessario. 

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«I bambini e i ragazzi, vittime dimenticate del conflitto israelo-palestinese, ne subiscono le conseguenze senza avere la possibilità di cambiare la propria situazione di vita e vivono in una regione piena di scuole di guerra, mentre noi abbiamo voluto offrire loro una scuola di pace» ci ha detto Lucia Cuocci, responsabile dell’ufficio progetti di Confronti.

«“Fiori di pace” – ha aggiunto – è un’occasione importante perché questi ragazzi possono conoscere i coetanei che stanno dall’altra parte del muro, imparando a combattere la diffidenza e ad abbattere le barriere del pregiudizio».

Scarica la cartolina dell’AISAPuoi stamparla o condividerla con i tuoi amici.

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