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PONTE MAMMOLO: RACCONTO DI UNA VOLONTARIA

PONTE MAMMOLO: RACCONTO DI UNA VOLONTARIA

Avevo molta ansia quando sono andata per la prima volta al campo di Ponte Mammolo. Sono vari anni che studio tematiche legate ai migranti, specialmente in riferimento ai destinatari di protezione internazionale ma per vari motivi non mi ero mai rapportata direttamente con un campo profughi né in Italia né all’estero; la mia ansia quel giorno derivava dal timore del degrado e della miseria umana, dal contatto reale con l’indigenza.

PRIME Italia e ADRA Italia collaborano insieme da diverso tempo e, a gennaio 2014, si è ritenuto opportuno iniziare ad operare nell’insediamento attraverso la distribuzione di 50 sacchi a pelo in risposta “all’emergenza freddo”. (leggi l’articolo Incontriamoci in campo)

Fabiola arriva ed io mi presento, ci avviamo tra le siepi, oltre una strada ad alta percorrenza abbastanza pericolosa per chi attraversa, e c’è uno spazio che segna l’entrata al campo. Fabiola mi fa strada, io dietro di lei calpesto la terra battuta e ho la sensazione, per niente astratta, di aver varcato una soglia che, in un attimo, proietta alcune ferite dell’Africa direttamente nella periferia romana.

Entro in punta di piedi con il pensiero che chi vive lì sappia che è molto labile il confine tra semplice curiosità ed interesse reale e sono consapevole che la prima, in alcune situazioni, può essere molto offensiva. Mi guardo intorno, saluto timidamente le persone, soprattutto uomini, mi sento spaesata, vado avanti tra i viottoli ricavati tra le case di mattoni con i buchi per le finestre, le porte sgangherate e malmesse e i tetti fatti con qualunque cosa, un bimbo che piange; provo imbarazzo perché mi sembra di invadere una proprietà privata, del resto noi siamo così abituati a possedere cose e a tracciare confini, ma mi rendo conto, invece, che lì dentro di “privato” non c’è nulla, infatti, malgrado ci siano persone che, purtroppo, dimorano nel campo da anni, niente gli appartiene.

Senza dubbio le maggiori criticità sono le condizioni igienico-sanitarie molto degradate. Per questo, PRIME Italia e ADRA Italia da febbraio 2014 hanno avviato un primo sostegno alla riqualificazione delle due docce e dei due bagni presenti al campo.

Tra i panni stesi che profumano di pulito, l’odore di cose da mangiare per la cena, la gente che entra ed esce dalla sala comune con il tetto di plastica verde e la televisione accesa per vedere la partita una partita della Roma, c’è molta dignità e tanto coraggio che, nonostante tutto, li fa sopravvivere e dà loro la forza di rimanere in piedi.

Sono tornata al campo varie volte e continuo ad andarci, con Fabiola ed altre volontarie di PRIME, appena ce n’è bisogno. Parlando con alcuni ragazzi, mi accorgo in modo tangibile che aleggia nell’aria un senso di sfiducia nel futuro, di stanchezza, di mancanza di progettualità, di inattività motivata non dalla non volontà di fare ma dalla triste consapevolezza di essere quasi invisibili per una città come Roma che, oggi più che mai, è congestionata da problemi di gestione dell’accoglienza.

Ci vuole così tanto impegno da entrambe le parti per cercare di interagire, andando oltre le difficoltà linguistiche, per creare un dialogo paritario, per non incappare nell’assistenzialismo, per creare una conoscenza che usi le differenze per arricchirsi sempre di più, per coinvolgerli in progetti che possono dar vita a qualcosa di buono. Poi prendo la macchina e me ne torno a casa, nel mio angolo privato, ma, quando piove, non posso fare a meno di pensare a quelle stradine piene di fango e a quei vestiti inzuppati e mi dico che non è giusto, non è per niente giusto.

Federica, volontaria di Prime Italia

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