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ALCOL: INSIEME SI PUO’ SCONFIGGERE

ALCOL: INSIEME SI PUO’ SCONFIGGERE

<Chi di voi presenta problemi alcol correlati?>

È cominciata con questa domanda non retorica il corso di una settimana davvero intensa sulla sensibilizzazione all’approccio ecologico-sociale ai problemi alcol correlati e complessi organizzata dall’Alcat Toscana, in collaborazione con il Cesvot (Centro Servizi Volontariato Toscana), a Firenze.

Una sessantina di corsisti per una settimana intensa di partecipazione fisica, mentale, emozionale e spirituale. Soprattutto spirituale!

L’8xmille degli avventisti ha offerto un contributo importante allo sviluppo dei C.A.T. in Sicilia, finanziando due corsi di sensibilizzazione. (Un tiranno da sconfiggere)

A pensarci bene la domanda iniziale risponde alla stessa logica della domanda che Dio pone a Caino nel libro della Genesi: < Dov’è tuo fratello?>. Anche la risposta del primo assassino della storia è nota. < Sono forse il guardiano di mio fratello?>, ovvero: <Io non mi sento assolutamente responsabile nei confronti di mio fratello>.

Se non avessi alcuna responsabilità nei confronti di tuo fratello non puoi nemmeno recitare il Padre nostro, se sei anche solo vagamente cristiano e non puoi di rimando nemmeno vagamente appellarti in qualche modo a una solidarietà più laica e definitamente antropologica.

Nessuno può dire in realtà di non avere problemi di questo tipo, perché quando anche solo una persona soffre per questo o altri motivi è una responsabilità di tutti, dalla quale nessuno rimane escluso.

In effetti provando a ridurre il dramma in spiccioli, sono circa 30mila i morti ogni anno in Italia per problemi alcol correlati. Lo stato Italiano, tu contribuente, spendi per mortalità diretta e indiretta (incidenti), perdita di produttività, assenteismo, disoccupazione, costi sanitari, ecc., circa 53 miliardi di euro all’anno, vale a dire il 3,5 % del PIL del 2010. Molto più del doppio dei costi della politica che tanto indigna gli italiani (cfr. articolo La Nazione pdf).

Oltre alle classi frontali la sensibilizzazione prevedeva la discussione in piccoli gruppi e la partecipazione ai club territoriali, luoghi nei quali la forte fragilità umana si manifesta senza maschere. Di seguito alcune testimonianze di membri di club e di altri corsisti:

 

<Buona sera, mi chiamo Anna, e sono sobria da 10 anni, 5 mesi e 13 giorni.>

Ho cominciato con un bicchierino al pomeriggio, ho finito per diventarne schiava. “Tu hai un problema”, mi ha detto un giorno, a brutto muso, mio marito. “Io?”, ho risposto offesa, “il problema semmai c’è l’avrai tu”. In effetti era ed è un problema mio e suo, della nostra famiglia. Ricordo perfettamente, era il giorno di Natale quando sono entrata in coma etilico. A metà gennaio sono stata dimessa e mio figlio è venuto a farmi visita. Mia nuora aveva appena partorito una splendida creatura e mio figlio che cosa fa? Mi mette tra le braccia questo splendido cucciolo. A me, alcolizzata indegna di amore, una persona pericolosa per me stessa e per gli altri? Ecco, credo che sia stata la fiducia malgrado tutto, gli atteggiamenti e l’affetto di mio marito e della famiglia, la possibilità concessami di tenere in braccio la mia nipotina, a costringermi di accettare di avere un problema e a entrare nel club Acat. Sono passati 10 anni, 5mesi e 13 giorni e continuo con gioia a essere sobria.

 

<Giovanni, studente di 21 anni>

Corso di sensibilizzazione all’approccio ecologico-sociale ai problemi alcol correlati e complessi (metodologia Hudolin): credo di non aver mai visto un titolo più lungo e meno accattivante di questo. Ma l’apparenza inganna. Per me non è stato un corso, ma un’esperienza in quanto tale non si spiega, si vive. Si vive in relazione con persone che forse non rivedrò mai più, ma che hanno lasciato un impronta in me. Ho visto persone che si sono aperte a sconosciuti, parlando di esperienze dolorosissime, insegnandomi cosa vuol dire la parola fiducia. Ho visto persone che non hanno avuto paura di farsi vedere deboli, dimostrandomi che la vera forza sta nel coraggio di mettersi a nudo. Ho visto persone che non hanno avuto paura di chiedere aiuto, mostrandomi che l’orgoglio è solo la virtù dell’infelice. Ho visto chi un tempo era timido e ora è diventato capace di parlare in pubblico davanti a tantissimi presenti, dirmi: Ho scoperto che la capacità di parlare ce l’avevo, era dentro me e non serviva l’alcol a farmela tirar fuori. Abbiamo la forza interiore per fare qualunque cosa noi vogliamo! Basta solo capirlo!

 

<Alessandro, impiegato, 40 anni>

Buon giorno a tutti, voglio offrirvi la mia soluzione per affrontare il problema del consumo dell’alcol: “astenersi dal piacere”…il piacere dettato dall’ignoranza. Volevo dire che in passato ho dovuto creare un personaggio e fare il pagliaccio per vendere me stesso. Non avevo capito ancora invece che alle volte è meglio stare in ascolto, astenersi se non si ha nulla da dire, trattenersi dal ricercare spasmodicamente il piacere, soprattutto attraverso strumenti e mezzi che minano la salute.

 

<Irene, studentessa di 21anni>

Sì, anch’io vivo immersa nei problemi alcol correlati. Vivo in un contesto in cui l’alcol non è considerato un problema e non so se riuscirò in seguito a vivere in modo più coerente, ma sono convinta di avere ora più frecce nella faretra per contagiare un po’ più le persone che mi sono intorno.

 

<Giulia, medico di 32anni>

Sono un medico. Non ho problemi alcol correlati e non ne ho mai avuti anche se, da quello che ho colto da questo corso di sensibilizzazione, tutti siamo bevitori potenzialmente a rischio, me inclusa! Ho già cominciato a svolgere una campagna di sensibilizzazione tra gli amici e i colleghi. Mi porto a casa umanità, solidarietà, amicizia e spirito di collaborazione che non vedevo da tempo

 

<Francesca, impiegata di 40 anni>

Se ho avuto problemi alcol correlati? Io sono un problema alcol correlato. Un giorno vorrei svolgere il ruolo di servitore insegnante (animatore di un club) e mettere a disposizione, senza vergogna, la mia tragedia e la mia rinascita.

 

<Luis, operaio, 45 anni>

A me piacciono le piante. La pianta ha una vita naturale; nasce, cresce, vive, muore. Il suo obiettivo primo è quello di succhiare dal terreno il nutrimento necessario e rimanere il più possibile sdraiata al sole. Io ero proprio come una pianta. Succhiare dal terreno qualsiasi liquido e sdraiarmi al sole era l’obiettivo primario della mia vita. Ho deciso (le piante non possono esercitare questa facoltà) di “piantarla “ di vivere una vita vegetale, passiva e cominciarne una pienamente umana

 

 

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